Racconto breve. Parte 1 di 2

«Ma Ma!»

Mi sveglio. Riccardo mi guarda. Mi sono addormentata sul divano.

«Ma Ma dormivi?»

«Mi sono appisolata, com’è andata a scuola?»

Mi metto a sedere.

«Bene!»

«Come sempre, rispondi sempre bene. Poi succede come l’altra volta che la maestra mi ha detto che hai litigato con Davide!»

Scuote la testa.

«È andato tutto bene. Abbiamo fatto pace io e Davide. Pace davvero!»

Che cosa posso pretendere da un bambino di otto anni, che mi dica per filo e per segno la sua giornata?

«Va bene, vai a fare merenda. Papà!?»

«Eccomi amore, dovevo vedere una cosa in cantina.»

Roberto si avvicina e mi bacia. Riccardo corre via lasciando lo zaino per terra vicino al divano. Mi alzo per raccoglierlo.

«Ricca, vieni a prendere il tuo zaino e mettilo a posto subito!»

Riccardo torna indietro con la faccia colpevole.

«Scusa papà.»

Roberto lo guarda duro.

«Non devi chiedere scusa a me.»

Raccoglie lo zaino.

«Scusa Ma Ma.»

Il suono del nomignolo con cui mi chiama fin da piccolino mi mette pace addosso. Quel “Ma Ma” è stato il primo nome con cui mi ha chiamato, quando poi, intorno ai quattro o cinque anni, mi chiamava mamma, come qualsiasi altro bambino, gli ho ricordato del nomignolo che mi aveva affibbiato e subito a iniziato a chiamarmi così. Dopotutto se c’è qualcosa in cui Riccardo è eccezionale è la sua facilità nel riuscire a capire quali parole fanno bene alle persone che ha attorno. Come quella volta, avrà avuto sei anni, che andai a svegliarlo dal riposino pomeridiano e mi disse: «Profumi di sole Ma Ma.» Quella frase mi colpì lui se ne accorse e ogni tanto me l’ha ripetuta.

Riccardo porta via lo zaino in camera sua.

«Non voglio che salga le scale da solo.»

Roberto alza gli occhi al cielo.

«Alessia dal garage a qua cosa vuoi che gli capiti!?»

«Fammi questo piacere per favore!»

Riccardo mi guarda dritto negli occhi con quelle sue profondissime iridi verdi che, fortunatamente, ha lasciato in eredità alla sua mini-versione che adesso sta mettendo a posto lo zaino di là in camera.

«Va bene, ma tu cerca di essere meno apprensiva, per favore.»

Una piccola cesta di capelli castani riccioli passa accanto a noi e corre verso la cucina.

«Cosa c’è per merenda Ma Ma?»

Anche quei capelli li ha ereditati da suo padre, ma quelli di Roberto, da molto tempo ormai, non sono più così fitti.

«Pane e Nutella.»

«Grande!»

Seguo con lo sguardo la sua testa che corre saltellando verso la cucina, poi giro nuovamente lo sguardo verso mio marito.

Roberto non c’è più.

«Roberto?»

Niente. Il salotto è vuoto.

«Roberto che scherzo è questo? Dove sei?»

«Ma Ma!»

Il richiamo di Riccardo è allarmato. Si è impaurito sentendo la mia voce preoccupata. Vado verso la cucina.

«Riccardo papà è lì con te?»

«Ma Ma!»

La sua voce è ancora più impaurita. Non riesco a vederlo da qui, corro verso di lui.

«Ricca!?»

Supero lo stipite della porta.

«Ma cosa!?»

Qua ci dovrebbe essere un tavolo centrale dove mangiamo a pranzo e a cena. Sulla destra, invece, c’è sempre stata una cucina che prende tutta la lunghezza del lato lungo. Adesso non c’è più niente di tutto ciò.

Un corridoio semibuio, che non ho mai visto in vita mia, pieno di porte in legno marroni con un numero sopra ad ognuna, si estende molto più lungo e stretto della stanza che, sono sicura, fino a pochi minuti fa, era qua. Cos’è successo?

«Ma Ma!».

In fondo al corridoio c’è Riccardo che mi guarda impaurito.

«Vieni qua!»

Non si muove, rimane là impaurito. Mi giro per vedere se c’è Roberto da qualche parte.

Il corridoio si estende anche dietro di me, identico al corridoio che ho davanti con un’unica eccezione.

Al posto di Riccardo in fondo a questo ci sono tre persone che non conosco. Due, un uomo e una donna, vestiti con una strana divisa bianca e, in mezzo a loro, un uomo alto con i capelli rasati e uno sguardo… lo sguardo più triste che abbia mai visto. L’uomo mi fissa in silenzio mentre i due vestiti di bianco parlano tranquillamente tra di loro con parole che non ho mai sentito.

Mi giro verso Riccardo.

«Riccardo vieni qua!»

Riccardo sembra non sentirmi, trema e mi guarda impaurito.

«Ma Ma!»

Mi giro, l’uomo e la donna in divisa iniziano a venire a grandi passi verso di me mentre continuano a parlare in quella lingua incomprensibile.

«Che cosa volete!? CHI SIETE!?»

Corro verso Riccardo.

«Ricca, scappa!»

«MA MA!»

Le mie gambe sono appesantite, come se non avessi più forza dentro di me, sono troppo lenta perché riesca ad arrivare da Riccardo prima che questi due mi raggiungano.

«SCAPPA RICCA, SCAPPA!»

Lui rimane lì, bloccato dalla paura.

I due in divisa mi hanno raggiunta e mi stringono fortissimo le braccia. Indossano dei guanti blu.

Riccardo mi guarda terrorizzato.

«MA MA!!»

L’uomo con la divisa è molto corpulento e ha una presa che mi blocca completamente il braccio destro.

«COSA CAZZO VOLETE DA ME!? LASCIATEMI!»

Guardo l’uomo alto che è rimasto là in fondo in silenzio, senza dire una parola, che mi guarda con quello sguardo tristissimo, forse lui mi può aiutare.

«Perché!? Devo andare da mio figlio, vi prego!»

L’uomo mi fissa negli occhi. Si gira di schiena e va via.

«LASCIATEMI! LASCIATEMI!»

Tiro calci ai due che mi stringono, ma le mie gambe non hanno forza. Mordo la mano della donna.

«Ahhh!»

L’ho presa. Il sapore chimico della plastica blu del guanto mi entra nella bocca mescolato con quello del sangue della donna che inveisce contro di me nel suo linguaggio.

«Tranquilla! Adesso andiamo a lavarci, devi stare calma!»

L’uomo vestito di bianco pronuncia questa frase sforzandosi di parlare la mia lingua.

«Ma Ma!»

«IO DEVO ANDARE DA MIO FIGLIO!»

«Tu devi stare tranquilla, ora ci pensiamo noi a te!»

«Ma Ma…»

«LASCIATEMI!»

«Devi stare tranquilla Alessia!»

«Ma Ma…»

«NO, NO!»

«Ma Ma, sveglia!»

Continua.

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