Racconto breve. Parte 2 di 2

Triplets

«Ma Ma, sveglia!»

Sono sul mio letto fuori è giorno, Riccardo è accanto a me.

«Ma Ma hai fatto un incubo?»

Sono sudata.

«Sì… sì devo aver fatto un brutto sogno.»

Ho la voce spezzata, le gambe mi tremano.

Abbraccio Riccardo.

«Profumi di sole Ma Ma!»

Lo bacio sulla nuca.

«Avevo sognato di poterti perdere. Un incubo bruttissimo.»

D’improvviso mi viene in mente Roberto.

«Papà dov’è?»

Riccardo mi guarda stranito da quella domanda.

«Ma Ma papà è a lavoro, te lo sei dimenticata!?»

Ora ricordo! Io oggi sono libera mentre Roberto è fuori città per lavoro, mi sono appisolata un attimo sul letto dopo pranzo.

«Dovevamo andare ai giardini Ma Ma.»

«Sì è vero scusa! Prendo la borsa e andiamo!»

«Grande!»

Salta sul letto e poi con un balzo è giù che corre verso camera sua.

Sorrido.

«Mettiti le scarpe marroni, non quelle bianche… hai capito!?»

«Sì Ma Ma!»

Sistemo il letto sgualcito, mi tiro su, guardo fuori dalla finestra.

Dall’altra parte della strada un ragazzino in bicicletta sta cercando di impennare mentre un Golden Retriver gli scodinzola accanto.

Questa cosa l’ho già vista.

«Ma Ma vieni…»

Quell’aquilone l’ho già visto, quel signore anziano che dà da mangiare ai piccioni…

«Arrivo tesoro…»

Quell’aereo che passa sopra di noi, quella donna che si affaccia per stendere i panni, quei panni…

«MA MA VIENI!

La voce impaurita di Riccardo mi fa fare un salto. Il cuore inizia ad accelerare. Corro verso camera sua.

«Ricca!»

Entro in camera e lui non c’è. La sua stanza non c’è.

«Ricca!? RICCA!»

La camera è diventata un bagno che non conosco. Le piastrelle bianche e l’odore di pulito danno un’impressione di sterile e insicuro allo stesso tempo.

Sono nuda.

Due mani mi stringono le braccia.

La donna con la divisa bianca mi sta tenendo le mani con tutta la sua forza, sono a sedere su una sedia di plastica.

«Dov’è mio figlio brutta stronza? Perché sono nuda?»

Un getto d’acqua fredda mi arriva dritto sulla schiena.

«Basta, è fredda, È FREDDA!»

«Alessia devi stare tranquilla, abbiamo finito!»

La voce è dell’uomo con la divisa bianca, viene da dietro di me, è lui che comanda il getto di acqua gelida.

«DOV’È MIO FIGLIO!?»

Il getto d’acqua s’interrompe. La donna mi alza. L’uomo controlla con le mani qualcosa tra le mie natiche. Sento la plastica dei guanti blu che mi apre il sedere.

«LASCIAMI, LASCIATEMI!»

L’uomo toglie le mani.

«A posto, abbiamo finito. Smettila di agitarti.»

«RICCA!»

«Smettila di romperci le palle con tuo figlio!»

La voce è quella della donna. Fa più fatica dell’uomo a parlare la mia lingua. La donna mi guarda con un odio che non mi sarei mai immaginata.

L’uomo va verso una porta, la apre ed esce. Alla porta si affaccia l’uomo con lo sguardo triste. Mi guarda, è sempre in silenzio.

L’uomo con la divisa bianca rientra, in mano ha un mio vestito piegato. È il vestito preferito di Riccardo. Il mio vestito a fiori che a lui piace tanto. L’uomo con la divisa chiude la porta.

«Mettiamo questo vestito Alessia!»

«Ma Ma!»

Mi sveglio. Sono seduta su una panchina dei giardini. Mi devo essere addormentata mentre ero a guardare Ricca giocare.

«Ma Ma hai tanto sonno oggi!?»

Mi guardo intorno. I giardini sono sempre i soliti. Ho paura. Che cosa sta succedendo?

«Ma Ma va bene se vado a giocare con quei bambini là? Sono miei amici, li ho conosciuti oggi!»

Riccardo indica in direzione di due bambini della sua età che lo stanno aspettando.

«Va bene… vai pure.»

Un attimo. Ma io quei due bambini li conosco!

«Questi sono tuoi amici da tanto tempo, Ricca!»

Riccardo mi guarda sorpreso.

«No Ma Ma, li ho conosciuti ora.»

Una lacrima mi scende dagli occhi.

«Cosa mi sta succedendo!?»

Nel vedermi piangere Ricca mi abbraccia per consolarmi.

«Ma Ma cos’hai?»

Lo accarezzo. Indosso il vestito a fiori che quell’uomo con la divisa bianca voleva mettermi. Forse ho solo sognato tutto. Forse è solo tutto frutto di un brutto, bruttissimo, sogno.

«Ma Ma questo vestito nuovo che ti sei comprato mi piace tanto.»

«Cosa?»

«È proprio un bel vestito Alessia…»

L’uomo con la divisa bianca mi spinge da destra mentre la donna fa lo stesso da sinistra.

«…Si vede che è un abito di un certo valore.»

Mi spingono verso una porta marrone scuro del corridoio dove li ho conosciuti. Sopra la porta c’è il numero duecentotrentasette.

«Dove mi portate?»

I due parlano nella loro lingua. Aprono la porta.

È una camera da letto con un enorme armadio e letto dello stesso color legno scuro della porta, su una sedia c’è l’uomo con lo sguardo triste.

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I due mi mettono a sedere su una poltrona di fronte all’uomo e, sempre parlando questa incomprensibile lingua, mi legano mani e piedi alla sedia e poi escono dalla porta da cui sono entrati chiudendosela dietro.

Siamo soli io e l’uomo con lo sguardo triste.

Mi guarda negli occhi. Quegli occhi…

Mi tocca il vestito. Non lo toccare è il vestito preferito di mio figlio questo!

«Chi sei tu?»

L’uomo mi fissa ma non mi risponde.

Bussano alla porta.

«Avanti.»

L’uomo con lo sguardo triste parla bene la mia lingua.

Entra un ragazzo con la divisa bianca anche lui, la sua però è leggermente diversa da quella dei due di prima.

«Sono venuto per queste.»

Anche il ragazzo parla senza strani accenti.

«Fai pure.»

L’uomo mi indica con la mano. Il ragazzo mi si avvicina e prova a mettermi delle pasticche in bocca. Serro le mascelle ma riesce comunque a far entrare una pasticca, la sputo.

Il ragazzo mi guarda disarmato.

«Mi dicevi che possono avere dei momenti in cui ricordano?»

L’uomo ha fatto questa domanda al ragazzo con un tono amichevole.

«Sì ne ho visto uno una volta che in salotto pensava di essere alla fermata dell’autobus a Bologna. Sono cose che riguardano la vita di tutti i giorni di un tempo per lo più. A volte però hanno anche dei momenti di lucidità.»

Guardo l’uomo con lo sguardo triste. Il ragazzo riesce a mettermi le pasticche in bocca e a farmele inghiottire.

«Allora adesso vado. Se hai bisogno fammi sapere.»


Il ragazzo s’incammina verso la porta.

«Una cosa Mattia.»

Si ferma.

«Dimmi.»

«Puoi chiedere agli operatori di parlare in Italiano davanti a lei, ho paura che la spaventino. Sai… è comprensibile…»

«Non c’è problema, provo a spiegarglielo. Lo mando dentro?»

Quest’uomo con lo sguardo triste…

«Sì… adesso sì grazie.»

Il ragazzo apre la porta.

«Ehi, campione, entra pure.»

Il ragazzo si sposta ed entra… Riccardo!

Mi scappa da piangere, non riesco a pronunciare nessuna parola. Sono legata e non posso abbracciare mio figlio! Perché?

«Che cos’ha?»

Riccardo adesso non ha paura, è il solito bambino di otto anni, mi guarda preoccupata. Aspetta… perché Riccardo ha gli occhi marroni? E poi questa non è la sua voce.

«Ha una malattia…»

L’uomo con lo sguardo triste parla dolcemente al bambino che somiglia a mio figlio. Quello sguardo triste…

«…Una malattia grave…»

Quello sguardo. Quegli occhi….
«..Per questo l’abbiamo portata qua, non poteva più stare con noi.»

Il bambino mi guarda con i suoi occhi marroni.

«Come si chiama questa malattia papà?»

Quegli occhi verdi!

«Si chiama Alzheimer.»

«Riccardo!?»

L’uomo con lo sguardo triste si gira verso di me, sorpreso.

«Ma Ma?»

Mi torna in mente Riccardo a quindici anni, mi torna in mente Riccardo che si laurea, mi torna in mente Riccardo che si sposa.

«Ma Ma mi riconosci?»

Riccardo si mette a piangere, si alza e mi bacia sulla guancia. Mi torna in mente mio nipote che somiglia tanto a Riccardo tranne che per quegli occhi marroni. Mi torna in mente Riccardo il giorno del funerale di suo padre che mi sostiene davanti ad una bara che scende nel terreno.

«Nonna!? Stai bene!?»

Mi metto a piangere.

«Sì… sì Davide ora sto bene!»

Mio figlio si stacca e mi guarda con gli occhi bagnati.

«Ma Ma!!»

Un uomo che non conosco con gli occhi verdi mi sta guardando, sono legata a una sedia. Dov’è mio figlio?

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