Ci sono un po’ di notizie che si sono accumulate nella mia testa in questi giorni, una dopo l’altra.

Tre, per essere esatti, tre notizie che, nel mio modo strano di pensare, hanno tutte un minimo comune denominatore.

Solo che una di queste tre è del 1903.

Ero in macchina e, in macchina come sempre quando sono da solo, ascolto audiolibri o racconti delle cose che più mi vanno in quel periodo. Di solito gialli; in questo caso non un giallo scritto da qualcuno e recitato da qualcun altro bensì un fattodi cronaca reale.

Così scopro del “delitto del baule” del 1903, appunto.

Nel mentre arrivo a lavoro e il gruppo WhatsApp del mio club di tifo è esploso per il caso Balotelli.

Ti spiego, anche se forse sai già: Balotelli, attaccante del Brescia, all’ultima partita di campionato ha lanciato una pallonata verso la curva degli ultras più incalliti dell’Hellas Verona che lui ha accusato di avergli fatto il verso della scimmia per il fatto che è di colore. Questa cosa ha destato parecchio casino: Juric, l’allenatore dell’Hellas, ha detto che i tifosi non hanno fatto commenti razzisti ma solo tifo, il capo degli ultras ha scritto una lettera aperta dichiarando che per lui “Balotelli non sarà mai fino in fondo un italiano”, il sindaco di Verona se l’è presa con i giornali che hanno fatto di tutta l’erba un fascio descrivendo tutta la città veneta come razzista e prendendo le distanze dal tifoso capo ultras e la società calcio dell’Hellas ha emesso un Daspo nei confronti di questo tifoso il quale , fino al 2030, non potrà entrare allo stadio.

Io non tifo ne Hellas ne Brescia ma Sampdoria che ha un gemellaggio storico con la squadra veneta. Nel mio gruppo i commenti si sono divisi tra chi prendeva le difese del calciatore e chi quelle dei tifosi asserendo che non ce l’avevano con il fatto che sia di colore ma con il fatto che sia un coglione e basta. E, più o meno, da quello che io ho visto sui social e sentendo qua e là è esattamente come ha reagito tutto il resto d’Italia.

Torno a casa da lavoro e finisco di ascoltare la storia di Alberto Olivo, contabile udinese, che nel 1903 si trova a Genova, affitta una barca per vedere la città dal mare di fronte al porto e, mentre decanta una sua poesia al barcaiolo, lascia affondare un baule.

Dentro quel baule verrà ritrovato il cadavere, fatto a pezzi, di Ernestina, sua moglie.

Finito di ascoltare l’audio metto la radio e il notiziario parla della “commissione anti-odio” di Liliana Segre la quale ci è rimasta male del fatto che tutta una parte politica abbia votato contro e del fatto che la Meloni gli abbia detto “Ci siamo astenuti perché difendiamo la famiglia”.

Ora, ti chiederai, come minchia si uniscono nella mia malata mente tutte queste notizie?

Perché tutto dipende dalla sottovalutazione.

Mi spiego:

Alberto Olivo fu condannato, nel 1903, per l’omicidio accertato e confessato, deturpamento e occultazione del cadavere della moglie, a solo 12 giorni di carcere e al pagamento di una multa. Non ci possiamo scandalizzare di questo, la donna era un oggetto in quegli anni e Ernestina, dato che era stata svegliata la notte dal marito perché si sentiva male ed esigeva che le preparasse un’acqua e limone, si era rifiutata e l’aveva offeso.

L’opinione pubblica del tempo era che, comunque, un po’ Ernestina se lo fosse meritato di essere fatta a pezzi.

Balotelli e di colore sì ma è anche, e soprattutto per l’opinione pubblica, un montato, uno con a maglietta “Why always me?”, uno con delle macchine improbabili, un “Bad Boys” e quindi, in fondo, quelle offese se le merita.

Liliana Segre, una signora di 89 anni scampata alla Shoah nazista, per questa sua commissione che vieta di indignarsi in maniera violenta contro il diverso, contro il brutto, contro ciò che non è normale è stata messa sotto scorta perché gli italiani la stanno minacciando.

Stiamo facendo l’errore che abbiamo già fatto negli anni ’30 giustificando questo schifo con i «Però, uun po’ se lo meritava!»

Olivo è morto anziano tirandosela fino alla fine dei suoi giorni perché è stato un maschio vero e risposandosi con una delle tante ammiratrici che lo lodavano durante il processo per il suo machismo.

Stiamo sottovalutando i nostri errori.

Alberto Olivo

  

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