Racconto breve. Parte 1 di 3

«Adesso tutto a dritto.»

Oggi ha i capelli neri a caschetto ricci, come quando ci siamo conosciuti.

Minchia quant’è bella.

Mi guarda.

«Guarda la strada sennò andiamo a sbattere.»

Giro lo sguardo verso la strada. La campagna romana è tutto intorno a noi ma io non faccio che pensare all’incontro che ci aspetta e, soprattutto, al suo corpo.

«Mi è venuta un’idea…»

Mi sussurra all’orecchio. Sento il suo fiato profumato vicino al mio volto. Giro un attimo lo sguardo verso di lei. I suoi enormi occhi neri mi scrutano a pochi centimetri dal viso.

«Guarda la strada!»

Rivolgo lo sguardo nuovamente avanti.

Mi lecca dentro l’orecchio.

Cazzo. Mi manda in tilt quando ci si mette.

«Babi cosa fai…»

«Guarda la strada e stai zitto.»

L’ordine perentorio che mi impartisce mi eccita in maniera evidente. Mi sento i pantaloni stretti intorno al pacco.

Inizia a leccarmi il collo.

Le uniche forme viventi qua intorno sono delle pecore.

Oddio Barbara, da quando ti ho conosciuta è sempre così.

Sì avvicina con il viso ai pantaloni e mi sbottona.

«Tu continua a guidare, qua sotto ci penso io…»

Sono sicuro che una pecora mi stia fissando.

sex

Poco più di cinque mesi fa ero davanti al solito computer dell’ufficio postale. Un lavoro a tre mesi con la possibilità di un contratto a tempo indeterminato.

Il contratto a tempo indeterminato, la chimera della nostra era, la stronzata con cui ci tengono inchiodati a un posto sottopagato e con orari allucinanti a rispondere “sissignore” a qualsiasi loro richiesta.

Insomma ero lì preso dalle solite cose (stavo su Facebook al cellulare a commentare quanto sono idioti i nostri politici sotto il post di un imbecille che difendeva il loro operato), quando ecco che entra lei. Aveva i capelli a caschetto neri e ricci, come oggi, una maglietta rossa con lo spacco sul seno e pantaloncini bianchi; fuori pioveva e lei era bagnata.

Tutti si zittirono appena entrò. Le colleghe la guardavano male e il direttore, da dietro gli scaffali, si mise a spiarla. Feci subito scattare il numeratore pregando che avesse preso proprio il numero corrispondente a quello che era apparso in quel momento davanti alla mia postazione.

«Signorina se vuole passare…»

Le fece un vecchio, sperando, così, di essere notato da quello stacco di cosce vertiginoso che aveva appena deciso di apparire come un miracolo nel nostro merdosissimo ufficio postale.

«Grazie, molto gentile…»

Gli sorrise, ma non gli sorrise come si sorride a un anziano solitamente, non gli sorrise rispettosa.

No. Gli sorrise maliziosa. In quel momento mi ritrovai a essere assurdamente geloso del vecchio.

«Posso esserti d’aiuto?!»

La mia voce era partita con un’ottava più bassa del normale.

«Lo spero…»

Mi stava guardando dritto negli occhi. Stava flirtando con me. Mi sentivo Dio.

«Avrei bisogno di parlare con il direttore, mi sa dire dov’è?»

Mi era appena caduto il mondo addosso.

«Ah…»

Il direttore, in quel momento, era uscito dalla porta che dà sulla sala d’aspetto tutto impettito.

«Eccolo è lui.»

Il direttore faceva finta di non essere stato ad ascoltare tutta la conversazione e se ne stava a parlare, con aria fin troppo spavalda, con una collega cercando di trattenere più pancia possibile.

Lei lo guardò. Sorrise della finta nonchalance del direttore.

Sapeva che effetto faceva sugli uomini.

Tornò a guardarmi.

«Grazie. Allora ci vediamo… Fabio!»

Stavo per chiederle come sapesse il mio nome, poi mi resi conto che avevo un cartellino appuntato sulla camicia, con scritto FABIO sopra, mai nessuno mi aveva chiamato con il mio nome allo sportello della posta. Volevo parlare con lei. Volevo stare con lei. Volevo avere lei.

«Ci… vediamo, allora.»

Le parole mi uscirono confuse.

Lei sorrise.

Si tira su da me e dai miei pantaloni.

Beve un po’ d’acqua da una bottiglietta di plastica e si asciuga la bocca con il dorso della mano.

«Ci siamo quasi.»

Mi fa l’occhiolino.

Nei giorni dopo il nostro incontro non facevo che pensare a lei. Cercavo di ricordarmi se avevo sentito il suo nome mentre entrava nell’ufficio del direttore per poterla cercare su Facebook, su Instagram, su Twitter o su qualsiasi social ma non avevo sentito come si chiamava.

Mi tormentava. Scorrevo i vari post con la speranza di incontrarla in una foto di qualcun altro. Mi fermavo solo per lasciare qualche commento che riguardava la partita rubata clamorosamente Domenica o su come quegli imbecilli del Comune fossero riusciti a far passare un lavoro di ristrutturazione dei giardini come necessario per intascarsi ventimila euro!

Di lei però nessuna traccia.

Una settimana dopo andai ad un pub con Giovanni e David. Gli raccontai di quella ragazza con i capelli neri a caschetto ricci e, mentre gli stavo chiedendo se l’avessero incontrata da qualche parte, la vidi.

Aveva i capelli rossi e lisci ma era lei. Era sicuramente lei. Non so che tipo di tintura per i capelli avesse usato ma non sembrava quel rosso artificiale che hanno le ragazze che decidono di farsi i capelli rossi; era pel di carota, come se ci fosse nata con quei capelli.

Stava parlando con una ragazza di colore.

«È lei.»

Dissi ai miei amici.

«Ma non aveva i capelli neri?»

Disse Giovanni sorridendo.

«Sì, ma è lei!»

«Che vuoi fare?»

Chiese David con aria di sfida.

«Non lo so ma qualcosa devo fare.»

Non ce ne fu bisogno. Mi vide e mi riconobbe. Disse qualcosa alla sua amica e vennero tutte e due verso di noi.

«Ciao…Fabio, giusto?»

I miei amici la guardavano ipnotizzati, in quel momento mi sentivo potente.

«Sì esatto. Ma non so il tuo nome…»

Non so ancora se fosse stata la presenza di David e Giovanni a rendermi più spavaldo del solito.

«Babi. Mi chiamano tutti Babi.»

«Ok, Babi. Andrebbe a te e la tua amica di sedervi con noi?!»

La serata fu magica. Lei e Tamara, la sua amica, ridevano e io e i miei amici risultavamo più simpatici di quanto ci saremmo mai aspettati.

Lei mi guardava con degli occhi diversi rispetto a come guardava gli altri. Era perfetta.

Era tutto perfetto.

Fino quando non tornammo alla macchina e non vidi quel foglio penzolare dai tergicristalli.

«Mi sa che questa non è un’ordinazione per una quattro stagioni!»

Mi disse ridendo Giovanni mentre indicava la multa.

Ma vaffanculo!

La gente in questa città fa come cazzo gli pare con la macchina e fanno la multa a me perché ho parcheggiato nel posto degli invalidi, ma facessero più parcheggi sti pezzi di merda!

Almeno avevo il suo numero. Almeno potevo chiamarla.

«Eccola è quella, gira qua.»

Babi mi indica un qualcosa alla nostra destra, svolto con la macchina.

«Porca puttana!»

«Te l’avevo detto che la mia famiglia è messa bene a soldi.»

Quella che mi vedo davanti non è una villa, è più una reggia.

È enorme, ha intorno un parco pieno di viti rigogliose, roseti in fiore e piante stranissime dai mille colori.

«Cazzo…»

Babi ride.

Una strana sensazione mi pervade avvicinandomi alla casa del padre di Babi. Sarà per l’imponenza dello stabile, sarà perché è la prima volta che incontro i suoi parenti e fino ad ora non avevo pensato all’impressione che un impiegato postale possa fare a queste persone, sarà il viso inespressivo e livido che ha il tipo che in giacca e cravatta ci sta aprendo il cancello o forse sarà per lo strano effetto atmosferico che si è creato intorno alla proprietà… le nuvole.

Le nuvole sembrano formare un cerchio intorno ai confini dei recinti della casa; evitano di entrare.

Campagna_romana_3

Continua

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