Racconto breve. Parte 2 di 3

Il giorno dopo la chiamai e la invitai a cena. Disse di sì.
Quella notte facemmo sesso come non l’avevo mai fatto.
Mi è capitato di andare a letto alla prima sera con altre ragazze, non sono un bigotto. Ma quello che ha detto quella ragazza la notte in cui abbiamo scopato la prima volta… Mio Dio.
Era volgare sì, era molto volgare. Ma era anche quello che volevo sentire. Per giorni mi sono chiesto se me lo ero soltanto immaginato.

Sex


Parcheggio la mia Panda accanto ad un’Aston Martin di una bellezza disarmante. Come cazzo faccio a parcheggiare sta macchina di merda accanto a questo missile? Vicino all’automobile c’è un tipo elegantissimo in un completo grigio con delle strane macchie sulla pelle. Discute con un ragazzo della servitù.
Babi esce di schianto dalla macchina e corre verso l’elegantone.
«Giezi!»
Il tipo si gira.
«Babi!»
Giezi? Che cazzo di nome è?!
Esco dalla macchina mentre i due si abbracciano.
«Fabio vieni, ti presento mio fratello.»
Mi avvicino per stringergli la mano, lui mi guarda dall’alto in basso come per valutarmi.
Non so che dirgli, che cazzo dico?
Giezi inizia a guardare con un’espressione di disprezzo la mia macchina.
«Che bella casa… davvero bella, e grande anche!»
Ma cosa cazzo mi viene da dire!
«Perché non hai visto la mia.»
Lo dice con una voce dura, come per farmi capire che la sua dimora è effettivamente più impressionante del maniero che mi trovo davanti, senza che sia disposto ad ammettere repliche da parte mia. Vorrei rispondergli che se io avessi anche solo un quarto della bestia di fabbricato che ci troviamo davanti non saprei cosa cazzo farmene! Perché vivo ancora con i miei in una casa di settanta metri quadri, e perché non mi sono mai posto il problema, in tutta la mia vita, se andare a pisciare nell’ala est o nell’ala ovest della mia residenza; però, ho come l’impressione, che non abbiamo ancora quel tipo di sintonia io e nome a merda che ho qua davanti.
«Scusa mi sono espresso un po’ troppo arrogantemente, non volevo dirtelo in maniera così brutale.»
Mi sorride. Una brutta macchia della pelle si stira sul suo viso.
«Devi scusare mio fratello ma è un po’ scontroso quando si parla dei suoi averi.»
Giezi scrolla le spalle con fare bonario.
«Un piccolo difetto. Ognuno ha il suo.»
«Eh già!»
rispondo sorridendo.
Un’altra macchina si avvicina e parcheggia accanto alla mia. Una Limousine, una minchia di Limousine bianca ha parcheggiato accanto alla mia Panda color cassonetto della nettezza giallo rimasto troppo sotto il sole.
Quant’è ingiusta la vita.
Un autista piccolino con il completo nero esce dall’abitacolo e corre ad aprire la porta in fondo alla vettura, mentre compie questo gesto, dalla portiera all’altro lato rispetto a quella che sta aprendo un uomo scende con rabbia.
«STO STRONZO DI UN NANO DI MERDA! MA NON L’AVEVI VISTO IL MARCIAPIEDE, COGLIONE!?»
L’autista, a cui è rivolta questa cordiale asserzione, diventa rosso in viso e si richiude su se stesso al passaggio del nerboruto, come per paura di prendere qualche schiaffo nel viso. Per tutta risposta l’enorme uomo va verso la parte anteriore della macchina.
«Ciao Sim!»
Babi l’ha salutato ridendo, vuol dire che questo atteggiamento è una consuetudine di questo Sim.
«Vaffanculo Babi!»
Appunto.
L’autista intanto ha fatto scendere dalla macchina una biondona elegantissima che si avvicina a noi scortata dall’ometto.
«Quello laggiù Fabio è nostro fratello Simeone e lei…»
Babi viene interrotta da Giezi.
«E lei è nostra sorella Eva!»
Eva mi guarda, mi fa un sorriso e mi porge la mano che stringo.
«Ciao io sono Fabio.»
Eva è bellissima, ma non è bella nel modo in cui lo è Babi. Babi ispira sesso mentre questa donna è bella in maniera irraggiungibile. Se mi dovessi mai trovare in una stanza con lei nuda quello a sentirsi in imbarazzo sarei io e non mi verrebbe nemmeno in mente di toccarla. Lei è lassù sul suo piedistallo ed io quaggiù.
Da come si atteggia si vede proprio che lo sa di essere su un piedistallo.
«NANETTO DI MERDA VIENI A VEDERE IL GRAFFIO CHE HAI FATTO ALLA MACCHINA DELLA TUA DATRICE DI LAVORO! COL CAZZO CHE LA PROSSIMA VOLTA VENGO CON TE EVA!»
La supermodella che mi guarda dritto negli occhi che ho qua di fronte non si scompone nemmeno un po’ a sentire le parole di suo fratello.
«E insomma tu saresti quello che è riuscito a conquistare mia sorella!? Di solito è lei quella che conquista, ma penso che questo tu lo sappia già. Giusto?»
Se dovessi riassumere i cinque mesi in cui siamo stati insieme io e Babi con una parola sola sarebbe perversione.
Eva ha ragione, Babi sa come conquistare un uomo. Qualsiasi fantasia erotica mi venisse in mente lei la esaudiva senza che io le dicessi niente.
Una volta andai a casa sua e aveva i capelli castani lisci e lunghi, portava gli occhiali da vista ed era vestita con una gonna lunga e camicia attillata e giocammo a fare il boss e la segretaria.
Poi ci fu quella volta. Arrivò a casa mia, aveva i capelli corti, più corti dei miei e biondi, biondi platino. Era vestita normale, non aveva niente di particolarmente appariscente. Mi saltò addosso con una foga disumana. Tutto nella norma in pratica, a parte il fatto che con lei ci fosse la sua amica Tamara.
«Eh, sì…»
Dico imbarazzato e ci avviamo verso la scalinata che porta all’ingresso della villa.
Mi avvicino un po’ più a Babi mentre Simeone continua a sbraitare.
«Scusa ma come mai i tuoi hanno dato nomi normali solo alle figlie mentre ai maschi dei nomi arcaici?»
Lei ride e, sempre sussurrando, mi dice:
«Te l’avevo detto che mio padre è molto credente. Comunque anche il mio nome non è molto comune.»
La guardo storto.
«Guarda che conosco molte più Barbara di Eva.»
«E chi ti ha detto che mi chiamo Barbara?»
«Scusa Babi non sta per Barbara?»
Ride.
«No, scemotto!»
Avvampo dalla vergogna.
Per cinque mesi ho chiamato questa ragazza Babi pensando che fosse il diminutivo di Barbara. Anche su Facebook si chiama Babi. Solo ora mi rendo conto di quanto poco le abbia chiesto della sua vita prima di conoscermi.
«Ma… Allora come ti chiami?»
Ride di nuovo.
«Lo devi scoprire…»
«Finalmente siete arrivati!»
In cima alle scale un ragazzo basso, mingherlino e vestito in modo anonimo ci sta aspettando con le mani in tasca.
«Sei già qui?»
«Veramente l’appuntamento era mezz’ora fa, ma le superstar arrivano tutte in ritardo come sempre.»
«È un tuo fratello anche lui?»
Chiedo a Babi.
«Sì.»
«Hai guidato la tua macchina fino qua Caino? Riesci ad arrivare ai pedali!?»
La battuta fatta da Simeone fa scoppiare a ridere Giezi. Caino li guarda male.
«Sono venuto con Oloferne, è dentro con Malachia.»
«Caino lui è il mio ragazzo, Fabio.»
Stringo la mano al piccolo uomo, che mi rendo conto ora essere particolarmente brutto. La sua stretta non ha forza, è moscia.
«Ciao, io sono Caino.»
Non mi guarda negli occhi.
«Ciao.»
«Allora andiamo a trovare anche i nostri ultimi due fratelli.»
Giezi mi dice questa frase guardandomi, come per farmi capire che i nomi improponibili detti prima da Caino sono altri fratelli e che con questi abbiamo finito.
Entriamo dentro l’enorme portone della casa che viene aperto da due inservienti al bussare di Eva.
L’ingresso è impressionante. Tavoli antichi portano sopra di loro coppe e altri oggetti in argento e oro. Il colore predominante di tutta la sala è il rosso. Un rosso scuro, potente.
«Eccovi finalmente!»
La voce è squillante, allegra e appartiene ad un uomo grasso che è seduto su una poltrona in un salotto a cui si arriva superato un arco enorme in fondo all’ingresso.
Ci avviciniamo.
Accanto a lui, su di un divano, c’è un ragazzo che sta con la testa appoggiata pesantemente sulla propria mano e le gambe messe per lungo sul divano, è mezzo addormentato.
L’uomo grasso e sorridente mi allunga una mano, quella che non è impegnata a tenere un cocktail.
«Tu devi essere il famoso Fabio! Piacere di conoscerti! Io sono Oloferne!»
«Piacere mio!»
Finalmente uno simpatico.
Mi rivolgo al relitto umano spiaggiato sul divano.
«Tu devi essere…»
Lascio la frase in sospeso per dargli il tempo di rispondere ma anche perché non mi ricordo che cazzo di nome impronunciabile ha questo qui.
«Malachia.»
il ragazzo mi risponde con lentezza come se sì fosse svegliato da poco.
Noto solo ora che è scalzo e i suoi pantaloni sono di un pigiama.
«Amore scusa mio fratello ma lui, a differenza nostra, vive ancora qua con nostro padre…»
«Lo spazio non manca.»
«Mi riferivo al tuo abbigliamento Malachia!»
Il tipo sembra fare solo ora caso al suo outfit.
«Mi sono messo comodo.»
«Non ci sono problemi.»
Qualcuno adesso deve interrompere questo silenzio.
«Allora… Babi ci ha detto che sei qua per discutere di lavoro con papà!»
Qualche giorno fa io e Babi eravamo nudi sul letto di casa mia. Io stavo fumando, lei mi guardava.

Vizio


«Che hai Fabio?»
«Niente… pensavo.»
«A cosa?»
«Che il mio lavoro mi fa schifo.»
«Ma se finalmente sei stato assunto a tempo indeterminato. Hai passato mesi a lamentarti del fatto che non assumono mai nessuno e adesso ti fa schifo?»
«Non lo so. Mi annoio, tutto qui.»
«Ti annoi?»
«Sì. E poi come stipendio non è un granché, c’è di peggio d’accordo, ma c’è anche di molto meglio.»
«Allora ho un’idea.»
La guardai. Si era tirata su dal mio petto e si era messa a sedere accanto a me. Il suo tono indispettito dalle mie considerazioni sul lavoro era sparito. Aveva veramente in mente qualcosa per salvarmi dall’ufficio postale.
«Cosa?»
«Potresti lavorare per mio padre.»
Mi aveva già parlato della sua famiglia. Mi aveva detto che non aveva più una madre, che erano tanti fratelli e che suo padre, un cristiano incallito, era pieno di soldi da fare schifo.
«Come?»
«Si! La sua azienda è in espansione e mi ha detto che vuole assumere qualcuno, sono tanti anni che non assume nessuno, è un lavoro divertente. Tu saresti perfetto! E poi è pagato molto bene!»
Aveva iniziato a parlare velocemente. La sua idea la galvanizzava.
«Aspetta, aspetta un attimo. Cosa fa esattamente l’azienda di tuo padre?»
«Procura sogni materiali per prezzi immateriali.»
«Che cazzo hai detto?»
«Così ama definire il suo lavoro papà.»
«Si ma in pratica?»
«Ti faccio un esempio. Qual è la cosa che vorresti di più al mondo?»
«In questo momento? Un cellulare nuovo.»
Rise.
«No, di più. Sogna più in grande!»
«Un aereo!»
Esagerai volutamente.
«Bene, perfetto. Allora mio padre farà in modo che tu abbia oggi stesso un aereo parcheggiato nel tuo giardino.»
«Tuo padre può procurarsi un aereo in poco tempo!?»
«Ho visto mio padre procurarsi di tutto, le richieste più strane e straordinarie.»
«E io cosa dovrei fare?»
«Devi far firmare i contratti.»
«E sarebbe divertente? A me pare un po’ noioso.»
«Perché non hai idea di come lavorano i dipendenti di mio padre. Quanta gente conosci che possa desiderare, che so, una villa enorme?»
«Tutti quelli che conosco.»
«Bene. E quanti di questi pensi che domani andranno a comprarsela? Nessuno! E perché? Perché non sono stati tentati. Tu dovrai tentarli e, al momento giusto, fargli firmare il contratto.»
Pensai un attimo. Il modo con cui mi disse le ultime parole mi fece capire che doveva realmente essere un gran lavoro. aveva la passione negli occhi.
«Ok va bene, ci penso.»
Saltò giù dal letto.
«Chiamo mio padre e i miei fratelli. Organizzo una cena per questo fine settimana, così conosci la mia famiglia!»
«Sono venuto principalmente per conoscervi, Oloferne. Non so nemmeno se posso essere adatto a questo lavoro.»
«Nostra sorella ci ha detto che sei portato.»
Malachia ha detto queste parole sbadigliando.
«Lo so, ma ho paura esageri.»
Tutti i fratelli stanno facendo capannello intorno a me e mi ascoltano attentamente
«I signori sono caldamente invitati a sedersi a tavola. Il padrone vi raggiungerà direttamente in sala da pranzo.»


Un tipo della servitù, che è sbucato da chissà dove, è riuscito a disperdere l’attenzione che si era creata intorno a me.
«Le sue solite entrate teatrali del cazzo! Questa è tutta dedicata a te.»
Mentre dice questa frase Simeone mi fa il primo sorrisetto da quando l’ho conosciuto.
Ci incamminiamo in direzione della sala.
Il rosso la fa da padrone anche qua.
La tavola è un enorme rettangolo rosso e oro. le posate sono color oro e i piatti sono di porcellana con un rigo oro al bordo.
Il domestico mi fa segno di sedermi a capo tavola.
I fratelli prendono posto attorno a me, tre da una parte e quattro dall’altra, Babi si siede accanto a me alla mia destra. L’altro capo della tavola è vuoto. Lì ci andrà il capo famiglia.
C’è tensione, questo padre che si fa aspettare, il modo troppo composto, ordinato in cui si sono messi a sedere tutti; mi sudano le mani. Mi giro alla mia destra, incontro lo sguardo di Babi che mi sorride e mi prende la mano nella sua.
«Buongiorno Fabio.»

Continua

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