Questo è un estratto del mio primo, e per ora unico, libro pubblicato, Indelebili segni. La voce narrante è quella di Mattia, infermiere al carcere di Sollicciano, lavoro che ho svolto realmente e da cui ho preso ispirazione a piene mani per tutti i personaggi di contorno. Mattia incontra, all’interno della casa circondariale fiorentina, Dragan, un detenuto particolare che non parla, non scrive ma disegna.

E quello che disegna poi accade.

Da qui partirà un giallo per capire cosa disegna, se veramente ha un potere da indovino e cosa vuole comunicare questo detenuto misterioso, naturalmente di questa storia si interesserà anche la televisione con le sue contraddizioni, i suoi modi e i suoi processi sommari.

In questo stralcio viene presentato Elio, anziano detenuto di Sollicciano, che descrive, con quel modo tipico degli anziani toscani, un evento accaduto dentro le mura carcerarie, evento che non ha niente di “normale” se paragonato con quello che accade fuori dalla realtà coercitiva di un carcere.

“…Ma me lo immaginavo io!”
Guardo torvo Elio mentre cerca di far entrare la goccia di sangue nella striscia del reflettometro per sapere a quanto ha la glicemia.
Gli tremano le mani in maniera tremenda.
“Cosa Elio?”
“No e che ero qua fora dall’infermeria a parlare con l’Otello della faccenda capitata fra Nassim e l’amico suo… lì… coso… un mi viene il nome.”
Finalmente è riuscito a farsi lo stick glicemico.
“Maremma troia lo sapevo! L’è alta pure sta volta!”
Mi gira in faccia il glucometro che segna 216 mg/dl.
“Ma chi dici Rashid?”
Il vecchietto tenta di buttare via la striscia piena di sangue nel cesto con il sacco giallo adibito ai rifiuti sanitari, ma non ci arriva, mi piego e lo butto io.
Mi tiro su e mi trovo il settantenne che sforza il suo sguardo verso l’alto, cercando di contrastare la curva che la gobba gli fa fare verso il pavimento, per riuscire a guardarmi negli occhi.
Il riflesso delle luci negli occhiali gli dà uno sguardo maligno.
Mi porge il cotone che ha usato per disinfettarsi il dito per buttarlo via. Come sempre ha impregnato tutto l’infermeria con l’odore di alcool, ne usa a litri.
“Si ecco, Rasciddè!”
Parla più toscano della nonna della Sere.
“Ho visto Nassim in isolamento l’altra notte. Cos’è successo?”
Elio Gori, di anni settanta il prossimo marzo, è un divertente anziano che i detenuti chiamano Nonno qui dentro e non per la sua età ma bensì perché è veramente da tanto tempo che è recluso. A vederlo così pare il tipico pensionato pronto ad alzare la voce solo se qualcuno gli ruba il posto sull’autobus: piccolo, sempre con la camicia a mezze maniche e con i capelli a chierica bianchi; però deve aver fatto un qualcosa di grosso per essere qua da una vita. Non lo so e non voglio chiederglielo, è il detenuto modello: non rompe i coglioni ed è simpatico, mi sembrerebbe di mancargli di rispetto a chiedergli perché è in prigione. Ha un solo grossissimo difetto. Lui sa tutto di quello che succede a Sollicciano e non vede l’ora di raccontarlo.
Probabilmente qui fuori con Otieno, il Sudanese che lui chiama Otello, non parlava nemmeno di quello che mi sta dicendo in questo momento ma, per farmi sapere l’importante novità, si è inventato questa scenetta.
“Come non lo sai!? Hanno litigato. Voglio dire l’erano sempre assieme quei due. Rasciddè piccolino e rompicoglioni e Nassim enorme e silenzioso, ti dirò la verità ho sempre pensato che fosse un po’ ritardato!”
L’omino inizia a rimettere a posto l’apparecchio per la glicemia.
“Un pochino forse ma, secondo me, molto rallentamento glielo danno tutti quegli psicofarmaci che prende.”
Elio si sgancia lentamente il bottone al polsino della camicia.
“Comunque e parevano usciti da un film americano quei due. Il boss e la sua guardia. Fatto sta che ultimamente, te ne sarai accorto no!? Rasciddè si prendeva un po’ troppe libertà con cicciobomba lì… Nassim.”
Appoggia il braccio sul tavolino. Gli infilo il bracciolo dello sfigmomanometro per prendergli la pressione.
Sono sicuro, cazzo, che mi ha dato il braccio in questo preciso momento solo per far sì che si interrompesse il discorso in questo istante. Perché guai fiatare mentre si prende la pressione al Nonno! Le uniche cose serie per Elio sono la pressione e la glicemia.
“Centoquarantacinque su ottanta. E quindi?”
Il detenuto fa un sorriso di soddisfazione nel vedere che, ormai, sono diventato curioso.
“E quindi è alta!”
“Ma non la pressione!”
“E quindi quella fava gli ha fottuto un pacchetto di sigarette!”
“Ah sì?”
Persino io, che non fumo, so benissimo che l’unica cosa su cui non si può scherzare una volta entrati in carcere sono le sigarette.
“Eh già!”
“E allora? E’ finita alle mani?”
“No… Macché! Nassim è rimasto in silenzio, come sempre, e alle due di notte s’è alzato da letto, ha preso l’accendino di Rasciddè…”
L’anziano si alza in piedi mentre prova per la terza volta a rinfilare il bottone nella sua asola.
“…L’ha messo per ritto così sul suo occhio…”
Mi prende la penna con cui scrivo le consegne infermieristiche e la mette in piedi sul tavolo.
“…e ha premuto con tutta la sua forza!”
La mano di Elio preme la penna che si piega e poi schizza via.
“E’ rimasto là. Fermo immobile a premere con tutti i suoi centoventi chili senza schiodarsi finché non sono arrivate le guardie a muoverlo, gli altri della cella non ce la facevano a spostarlo! Quel cristo urlava che lo sentivo io dalla nove!”
“Oh cazzo!”
“Puoi dirlo forte… Mai fare incazzare uno che pesa sei volte te.”
“Per questo non litighi mai con nessuno Elio!?”
La risata dell’uomo tradisce le sue fattezze tanto è potente.

2 pensieri su “Elio

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