Capitolo 3

Due anni prima, anno 2047

Flash.

L’ho sognato questo momento ma, nella mia testa, aveva un sapore diverso.

Flash.

Non avevo mai visto delle macchine fotografiche vere dal vivo prima d’ora.

Flash.

Nelle cerimonie importanti in televisione le avevo viste e mi ero sognato anche loro, in una situazione come questa, ma la cerimonia aveva un’altro sapore in quel sogno.

Flash.

«…e per aver scoperto e destabilizzato una fitta rete di stampo mafioso che vedeva coinvolte figure del mondo clericale con quelle del mondo malavitoso che assegnamo, oggi, quest’onoroficenza all’agente Nero Lenni.»

Il bellimbusto, vestito da cerimonia, di fronte a me, mi mette una medaglia al collo con aria seria.

Flash.

Anche il bellimbusto me l’ero sognato ma, in questo caso, nella realtà intendo, non è sorridente come mi immaginavo.

Flash.

E queste macchine fotografiche sono molto più fastidiose di come me le immaginavo.

Flash.

Dov’è? Soltanto lei potrebbe distrarmi da tutto questo adesso.

Flash.

Da questi flash, da queste parole caricate dalla cerimonia che non corrispondono alla verità, da un uomo morto per colpa mia.

Flash.

Ma Ginger non c’è. Lei non può esserci, lei lavora sotto copertura non può farsi vedere ad una cerimonia del genere.

«Un applauso per il neo-promosso Nero Lenni!»

Tutti applaudono, tutti indossano i visori di popolarità, in questo momento i miei punti staranno facendo un’impennata verso l’alto di fronte agli occhi digitali di tutte queste persone che commentano con un «Ohhhh…» di circostanza.

Flash.

In questo momento non me ne frega un cazzo.

Flash.

Ho bisogno solo di Ginger.

Due ore più tardi

«È la prima volta che spari a qualcuno, vero?»

Ginger mi guarda negli occhi con un tremito nella voce.

«Sì.»

Prende la medaglia che porto al collo in mano. La osserva. Mi perdo per un attimo a guardare quelle unghie curate. Mi ero già perso stamani ad osservarle su Pagina Personale.

«Se potessi stare in mezzo all’azione con te.»

«Non dire stronzate tu sei l’infiltrata, molti agenti non sanno nemmeno che esisti e non lo devono sapere.»

Mi guarda.

«Ora che sei diventato uno importante potremmo frequentarci ancora meno lo sai? Non saremo mai una coppia normale.»

Lascia andare la medaglia.

«Lo so.»

Un espressione di dolore mi compare in viso e Ginger se ne accorge.

«La spalla!?»

«La spalla.»

Mi prende per mano e mi porta in bagno, mi mette a sedere su uno sgabello, mi toglie la divisa da cerimonia e la maglietta, sfascia la ferita, prende disinfettante e garza, disinfetta la garza e me la appoggia sulla ferita.

«Ti fa male?»

Cerco di trattenere la smorfia di dolore.

«Mmmhhh…»

«Beh, deve fare male!»

Fisso gli occhi di Ginger, lei se ne accorge.

«Che cosa c’è?»

«Il tuo occhio…»

«Beh, che cos’ha il mio occhio!?»

«C’è come una macchia nera nel verde del tuo occhio.»

Ginger diventa rossa.

«Ah… quella… è un difetto dell’iride.»

Mi alzo, mi avvicino a lei.

«Un difetto?»

Mi guarda negli occhi.

«Sì. Una specie di voglia.»

Ci guardiamo per un attimo che pare un’eternità.

Un attimo che vorrei non finisse mai.

Ci baciamo.

La prendo in collo, la porto verso la camera da letto.

«Non dovremmo…»

«Un’ultima volta.»

Continuano a baciarci.

La butto sul letto e iniziamo a spogliarci.

La mattina dopo

Mi sveglio sudato.

Devo aver fatto un incubo.

Il cuore mi scoppia in petto.

Cosa cazzo ho sognato?

Mi giro verso di lei.

Lei non c’è.

«Casa, accendi la luce.»

«Luce della mattina accesa Nero.»

Una luce tenue si accende in tutta l’abitazione mentre la voce di donna della domotica la annuncia.

Inciampo sui miei vestiti terra e mi incammino verso la cucina.

Mi scoppia la testa.

«Casa, accendi il notiziario.»

«C’è una notizia che ti riguarda Nero.»

«Riproduci»

Il notiziario, in filo diffusione per tutta la casa e in videoproduzione su tutti gli schermi, riproduce le immagini della cerimonia di ieri. La voce racconta dell’operazione e della morte del Cardinale Di Mercurio.

Mi avvicino alla macchina del caffè. L’unica cosa che non ho voluto automatizzata in questa casa. È una vecchia macchina bar espresso, di quelle dove devi mettere la polvere di caffè dentro. Mi è costata un occhio della testa. Non ho un cazzo di fame ma il caffè mi serve anche solo per provare a combattere questo mal di testa.

C’è un biglietto attaccato alla macchina del caffè.

Lo prendo.

“Ti amo. Ginger.”

Continua