Era un po’ che non scrivevo un pezzo di diario qua sul blog, segno che sono successe diverse cose di cui non ti voglio raccontare, almeno non adesso, non che ti freghi qualcosa dei miei problemi ma era giusto spiegarti del perché non ho scritto nel diario (soprattutto dato l’exploit di pubblico de i due sbigorni, perché quando faccio il coglione sono sempre un fenomeno).

Però mi è capitata una cosa di cui voglio parlare, che voglio condividere qua.

Ho organizzato una cena tra fratelli. Noi siamo tre fratelli, io il maggiore, il secondo si è sposato e vive in casa con sua moglie da poco mentre il terzo, in età ancora da superiori, abita ancora con i miei. Ho pensato “meglio fare qualcosa per rivederci un po’ tra di noi e non venir meno al nostro essere fratelli” e così l’ho organizzata.

Il più giovane di noi c’ha i suoi cazzi tipici dell’età che sta attraversando, in piena lotta con mio padre e bla, bla, bla. Solo che lui l’ha affrontata in maniera più ribelle rispetto a me o a l’altro fratello. I miei genitori sono molto giovani e vicini alla mia generazione ma tra me e il mio fratello più piccolo corrono sedici anni e questo potrebbe avere, in qualche modo, influito. Non sono un esperto di queste cose, e sicuramente ho un modo tutto mio di interpretare l’educazione, ma di un paio di cose sono certo.

Uno: su tre fratelli questo problema generazionale lo abbiamo affrontato tutti e tre in modo diverso.

Due: questo periodo corrisponde per tutti (e per tutti intendo proprio tutti quelli che conosco) alla medesima cosa e non è detto che diventando “grandi” si riesca a risolverla.

Ci si sente inadatti.

Ci si sente inadatti in confronto agli altri, ci si sente inadatti ad affrontare la vita con i suoi problemi, ci si sente inadatti ad essere noi stessi in qualsiasi situazione.

Il punto è tutto qua, non c’è altro. Fino a poco prima facevi quello che ti pareva e andava bene a tutti perché eri un bambino ma adesso no. Devi essere “grande”. Devi essere omologato. Devi obbedire ai canoni.

Nonostante il tono leggero della serata era inevitabile che, prima o poi, avremmo affrontato l’argomento del suo modo di fare, che ultimamente sta creando qualche problema di gestione (niente di incredibile, sia chiaro, ma comunque non il tipico atteggiamento da Duca di Cornovaglia) e mi trovavo nella ingrata situazione di dovergli dire la mia.

Io non mi preparo mai i discorsi, non riesco a seguire un filo precostruito durante i miei prolissi monologhi e quindi gli ho detto quello che penso così, di prima intenzione e, per una volta, mi è uscito bene.

Gli ho raccontato delle maschere di Pirandello.

Alle superiori avevo un professore di italiano che ci sapeva veramente fare e grazie a lui mi sono appassionato a cose a cui non mi sarei mai avvicinato.

Una lezione bellissima fu quella su Pirandello.

Mi ricordo che mi rimase particolarmente impresso il fatto che tutti gli scritti di Pirandello vertevano intorno al discorso delle maschere e, mi rimase molto impresso, soprattutto per come ce lo spiegò.

Il professore arrivò in classe e si mise a cantare, a cantare a voce alta, ci guardò con le nostre espressioni sbigottite e ci disse:

«Voi ci siete rimasti male perché io, qua, indosso la maschera del professore e non è consentito, con questa maschera indosso, poter cantare a squarciagola in classe. Vedete in tutti gli scritti di Pirandello succede questo. Qualcuno non fa quello che la maschera che sta indossando lo obbliga a fare.»

Ho detto a mio fratello che lui è nel periodo in cui ci si fabbrica le proprie maschere per paura che il proprio io non sia adatto a questo mondo.

Ma cosa succede se vieni meno alle tue maschere? Una di queste due cose: la prima è che tu venga scambiato per pazzo, quello di cui, fondamentalmente, abbiamo paura. Di non essere adatti. Di diventare un personaggio pirandelliano appunto. Il paragone cinematografico è che tu, da un giorno all’altro, faccia come in Cane di paglia (per farla grave) o come in Scemo e più scemo (per farla sul ridere).

Ma l’altra? Qual’è l’altra faccia della medaglia? Quella che non guardiamo perché siamo un’epoca fatta di gente da bicchiere mezzo vuoto? L’altra opzione e che tu diventi diverso in senso buono. Diverso da tutti. Carismatico perché non canonico. Sicuro di te. Assertivo. L’esempio cinematografico è Tyler Durden di Fight Club.

Ora gli esempi sopra citati sono un po’ limite. È chiaro che non chiedo a mio fratello di bruciare una casa, di bruciare scuregge con chi capita o di addestrare uomini a polverizzare banche per inseguire un’ideale. Sono anche sicuro che sia impossibile toglierci le maschere del tutto. Ma se ci proviamo, se veramente proviamo ad essere noi stessi, a dire quello che ci passa per il capo, ad esprimere i nostri sentimenti reali allora ci renderemo conto di essere più vicini al secondo esempio che al primo.

E, comunque, anche nel caso che ci scambiassero per pazzi, saremmo finalmente felici perché in grado di essere quello per cui ci hanno creato: nient’altro che esseri umani senza costrizioni.