«Allora questo è il tuo ufficio.»

Computer, scrivania in mogano, tritacarte grigio, telefono nero.

Uguale a tutti gli altri uffici di questo posto.

«Ok. Spero che la persona che era prima qua sia stata promossa ai piani superiori!»

Il grassoccio Davide pensa.

«Sai che non mi ricordo chi c’era qua… Vabbè buon lavoro.»

«Grazie.»

Il grassoccio Davide esce e chiude la porta.

Non si ricorda chi c’era qua? Non è certo un’azienda piccola ma come caporeparto, Cristo, almeno il nome del tizio che lavorava in questo ufficio se lo poteva memorizzare. Probabile che il corpulento amico non sia un granché come caporeparto.

Appoggio la ventiquattrore e accendo il computer.

Guardiamo se nei cassetti di questa scrivania c’è qualcosa.

Ecco il primo giorno della mia nuova vita! Il lavoro che ho sempre desiderato, possibilità di carriera e…

Un agenda rosa?

Che faccio la apro?

Dovrei farmi i cazzi mia ma dopotutto… Questo è il mio ufficio, è l’agenda nel posto sbagliato!

3 Gennaio: Davide mi ha fatto capire un’altra volta che sono la migliore qua dentro, ho finalmente risolto il contratto con l’azienda giapponese “Se fossi un po’ più ambiziosa adesso mi daresti ordini” mi ha detto. Credo però che a me vada bene così. Voglio solo essere apprezzata per quello che faccio… 


Cazzo non ho pezzi da dieci centesimi.

«Non ti hanno ancora dato la chiavetta per le macchinette del caffè?»

«Ciao Marco. No.»

«Lascia te lo offro io. Come lo prendi?»

Infila la chiavetta nel distributore.

Segna più di dieci euro. Chi tiene così tanti soldi nella chiavetta del caffè!?

«Grazie non dovevi. Lungo e amaro.»

Sorride. Il suo sorriso abbaglia tutta l’area relax.

«Figurati! Se non ci si aiuta soprattutto all’inizio qua dentro è un inferno.»

Una ragazza della reception passa accanto a noi Marco le sorride, lei contraccambia.

«Cosa intendi?»

Mi passa il bicchiere con il caffè. Indossa un orologio da un pacco di soldi, anche il vestito deve costare molto.

«Vedi qua non ti puoi fidare di nessuno. Si inventano voci su di te per poter apparire meglio agli occhi dei superiori. Puoi contare solo su pochi qua dentro.»

Fa un gesto con la mano che comprende me e lui.

«Ah, grazie per il consiglio. Senti ho una domanda, non so se mi puoi essere utile…»

«Qualunque cosa!»

«Sai chi c’era nel mio ufficio prima di me? È una curiosità mia, penso fosse una ragazza…»

Ride.

«Non ricordo. Se era carina probabilmente me la sono fatta ma so dove la puoi trovare.»

«Dove?»

«Beh facile! Se era carina sicuramente ai piani superiori! A loro basta poco per far carriera, se capisci cosa intendo…»

Mi fa l’occhiolino.

La ragazza della reception si avvicina a noi.

«Ciao cara. Posso offrirti qualcosa?»

Ok. Sono di troppo, mi tolgo dalle palle. Chissà se Marco si ricorda il nome di questa qua o la chiama cara per non sbagliare.


«Ragazzo a breve devo chiudere l’ufficio.»

Il custode mi fa cenno di muovermi con la scopa in mano.

«Sì scusi, sa… Il primo giorno!»

Prendo la mia roba e l’agenda rosa.

«Mi ricordi quella che era prima qua, anche lei staccava sempre tardi.»

Mi fermo.

«Lei la conosceva?»

Alza lo sguardo e mi attraversa dentro gli occhi. Il primo sguardo puro, senza maschere che ho incontrato qua dentro.

«Certo. Era la più brava di tutti qua.»

Fa un cenno con la mano che comprende tutto lo stabile.

«E dov’è ora?»

Guarda l’agenda rosa che ho in mano.

Sorride.

«Vieni con me.»


Lo schermo manda immagini solo in bianco e nero. Nessun audio. L’area relax, il corridoio davanti agli uffici, la stanza dove aspettano i clienti.

Davanti alla macchinetta del caffè c’è il grassoccio Davide, accanto a lui una ragazza. È bellissima. Tiene in mano un’agenda. È quella che ho trovato io. Nello schermo appare grigio chiara ma è indubbiamente la solita. Lo schermo visualizza una data. Il 3 Gennaio.

«È lei.»

L’uomo indica la ragazza allo schermo.

La ragazza sorride. Ma non è un sorriso di circostanza. Sorride per le parole dell’uomo che ha davanti. Sì capisce che si sente speciale.

«Era una ragazza speciale.»

«Ha fatto carriera?»

«No. È sparita. Un giorno non è più venuta a lavoro e non abbiamo più avuto notizie.»

L’uomo ha una voce seria ora.

«Ma non può essere sparita nel nulla.»

«Lo credevo anch’io. Aveva una luce così forte dentro di sé che non pensavo si sarebbe mai spenta così all’improvviso.»

Ecco. Ora ci mancano i vaneggiamenti di un vecchio pazzo.

«Ok, grazie per la visita nella sua postazione di lavoro. A domani!»

«Se lei non si vuol far trovare non la troverai mai ragazzo.»

Mi alzo e me ne vado.

–———————————————————-

«Ma sei sicuro?»

«Sì sono sicuro che aveva stima di te Davide. Me l’ha raccontato l’inserviente.»

Non posso dirgli dell’agenda e delle telecamere. Non al caporeparto.

«No. Non me la ricordo davvero.»

Niente. Nemmeno lui se la ricorda. Anche con Marco nulla. La descrizione fisica non è servita, l’unica cosa che è riuscito a dire è stata un “Una così mi sa che me la sono sbattuta un giorno!”.

«Ah complimenti per il vestito!»

Davide indica il mio blazer.

«Grazie!»

L’ho preso molto simile a quello di Marco, certo non ho i suoi soldi ma adesso anch’io sono un po’ più figo. Certo non ai suoi livelli.

«Ti ci vorrebbe un bell’orologio e saresti a posto!»

Ecco appunto.

Davide si incammina verso il suo ufficio, è ora di tornare a lavoro.

L’agenda rosa mi guarda sulla scrivania.

La apro a caso.

4 Maggio: Marco mi ha toccato il culo davanti a Federico e Simone in refettorio. Sono scoppiati a ridere. Si dice in giro che ci sia voce di una relazione fra di noi. Ho pensato a lui in quel senso e mi sa che se n’è accorto, che se ne sono accorti tutti. E ora mi ridono dietro. Io non voglio essere vista come una puttanella, non ci sto. Da domani eviterò di parlare con lui, con tutti loro.

Giro la pagina. L’agenda è scritta fitta ad ogni ora, giorno dopo giorno. Esercizio fisico. Piatti che prevedono solo verdura. Addirittura c’è scritto quando deve andare al cesso. Ma che è? Cosa è successo?

«Trovato niente di interessante?»

Il vecchio pazzo guardiano è alla porta.

«Cristo mi hai fatto paura!»

«Non la troverai ragazzo.»

«Cosa le è successo?»

Il custode si guarda intorno come per controllare che non ci sia nessuno.

«La stanza della videosorveglianza stasera rimarrà aperta. Sai com’è funziona.»

Mi fa l’occhiolino e va via.


Metto allo schermo le registrazioni del 4 Maggio, refettorio.

Eccola, ecco Marco che le tocca il culo. Gli altri uomini che ridono.

Vado avanti.

Il giorno dopo. È entrata alle sei e trentacinque quando bisogna timbrare alle sette. Eccola. Va a lavorare. Mando avanti. Area Relax. È a parlare con delle persone. Sorride. Ma non è il sorriso che le ho visto l’altra volta. Non le si gonfiano gli angoli della bocca, è un sorriso forzato il suo.

Mando avanti.

Sempre le stesse cose.

Tutti i giorni entra alle sei e trentacinque, fa le solite cose, sorride forzata, sempre.

Aspetta.

Eccola qua, esce in ritardo. Incrocia il custode. Con lui ride davvero. Lei si ferma a parlare con lui di qualcosa. Sembra molto più magra ora.

«È permesso?»

Il custode appare alla porta. Mi fa saltare i nervi questo vecchio pazzo.

«Spiegami cosa le è successo!»

Il vecchio si avvicina allo schermo e manda avanti veloce i filmati. Lei viene e va con una regolarità impressionante.

«È diventata tutto quello che voleva diventare. Aveva paura ragazzo.»

Le persone intorno a lei cambiano ma lei fa sempre le solite cose, e diventa sempre più magra.

«Paura di cosa?»

«Sai mi raccontò una volta che si sentiva ignorante rispetto ad uno qua a lavoro solo perché per fare colpo su di lei aveva citato qualche film della Nouvelle Vague francese, una volta stette male tutto il giorno perché uno fece una battuta sulla sua linea…»

«Di cosa aveva paura?»

Stoppa il filmato. Mi guarda.

Preme “Play”.

Sullo schermo lei esce dall’ufficio in ritardo come sempre. È inverosimilmente esile. Sembra quasi in due dimensioni. Il custode non c’è fuori ad aspettarla. Lei ci rimane male.

«Aveva paura di se stessa. Aveva paura che qualsiasi decisione prendesse, che qualsiasi cosa facesse non andasse bene a tutti.»

«Ma non si può piacere a tutti.»

«È semplice dirlo ma non è quello che provi a fare anche tu?»

Indica il mio Blazer.

«Lei ha preferito non apparire, far morire la sua luce interiore piuttosto che mostrarla al mondo. Certo, magari a qualcuno non sarebbe piaciuta, ma chissà quanti la avrebbero apprezzata per quella luce!»

Il filmato riparte. 9 Ottobre. Sei e trentacinque. Lei non c’è.

«Chissa quanti sarebbero rimasti stregati dal suo vero sorriso, quanti avrebbe stupito con le parole di una persona che riconosce il bene, altro che battute di film francesi!»

Sono le sette nel filmato e lei non c’è. Apro l’agenda.

9 Ottobre: Sono qua a lavoro ma nessuno mi vede, la gente mi passa accanto ed è come se io non ci fossi. Come se fossi sparita…

«Ma non è possibile!»

«Ragazzo. Se ti è stato dato quell’ufficio un motivo si sarà. Non fare i suoi stessi errori.»

Il vecchio spegne gli schermi.

«Ma io non ho paura di essere me stesso, no! A me non succederà!»

«Allora dimmi ragazzo, come ti chiami? Perché io non ti ho mai sentito chiamare per nome da nessuno qua dentro.»

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